Storage a gettone

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E’ arrivato il momento dello storage ‘self service’ come per i distributori di carburante? Sembra di sì. Alcune aziende hanno già fatto passi in questa direzione creando finestre di provisioning dello storage a disposizione degli utenti. Questa tendenza trova una replica su Internet dove diverse applicazioni di storage erogate in modalità Saas

Eravamo partiti con lo storage self service (prima parte). Ritorniamo sull’argomento con la seconda parte dello speciale.

Ammesso che un dispositivo di storage sia abbastanza facile da usare, il requisito successivo sarebbe di mettere a disposizione molteplici e scalabili livelli di servizio per i diversi utenti, proprio come una pompa di benzina che si sia sviluppata in modo da fornire diversi tipi di carburante a più guidatori contemporaneamente. Nel contesto della memorizzazione dei dati questo significa disporre di vari livelli di connettività ( Fibre Channel e iScsi) scalabili in modo indipendente, di prestazioni ( transazionale o sequenziale) e di capacità ( Fibre Channel e Ata).

Di solito queste diverse necessità sono soddisfatte solo con array di fascia alta, in altre parole molto costosi. Scendendo di prestazioni gli array midrange offrono costi più bassi , ma la scalabilità richiede diversi tipi di dispositivi. Per di più gli array midrange sono ottimizzati per un unico livello di servizio, esattamente come nel nostro modello del distributore di benzina in cui un utente deve essere indirizzato verso la pompa di benzina più adatta. Ad esempio EqualLogic può gestire solo drive iScsi e Nextra di Ibm solo drive Ata. Il cliente perde la capacità di scegliere tra benzina normale e super.
L’ultimo requisito per ottenere uno storage self service riguarda la sicurezza e l’isolamento amministrativo dell’applicazione.

Una delle ragioni per cui consumatori e gestori di stazioni di servizio sono sempre più a loro agio con l’idea del self service è che le preoccupazioni di protezione della privacy e del controllo sono soddisfatte per entrambi. Con l’arrivo di lettori di carte di credito specifici e integrati per i punti di distribuzione di carburante, i consumatori, se lo vogliono, possono condurre la loro transazione economica in modo sicuro e senza interferenze, mentre i gestori possono mantenere il controllo sulla cassa e gestire i processi non di routine ( per eccezione).
Portando l’esempio nell’ambito dello storage questo diventa un requisito veramente difficile da soddisfare. In azienda persuadere gruppi di utenti diversi a condividere i medesimi dispositivi e la medesima infrastruttura è da sempre una battaglia difficile da combattere sia per i dipartimenti IT centralizzati che per i service provider. La paura di compromettere i livelli di servizio diventa una barriera difficile da abbattere.

D’altra parte anche per un amministratore dello storage aziendale diventa difficile digerire l’idea di un controllo condiviso. Come guardiano della disponibilità dei dati e della sicurezza di più applicazioni e per diversi gruppi di utenti, egli immagina le conseguenze potenzialmente catastrofiche di condividere il controllo delle risorse con più parti: basta cancellare inavvertitamente o esportare maldestramente un volume per combinare un disastro.
Ciò che si richiede in simili circostanze è qualcosa di analogo alle funzionalità di un hypervisor come quello che Vmware ha messo a punto per i server. Le macchine virtuali sono sicure, così l’amministratore di una macchina virtuale non può intaccarne un’altra né per errore né volutamente. I livelli di servizio sono assicurati dal master administrator che stabilisce dimensioni, gruppi, e le procedure di ribilanciamento delle macchine virtuali sui diversi host fisici. Se una funzionalità simile a quella delle macchine virtuali è il pezzo finale di un puzzle che abiliterà lo storage self service, di quali opzioni disponiamo oggi? Il partizionamento degli array di storage che fornisce la separazione delle amministrazioni si trova in pochi array di fascia alta. Tuttavia, quella che sembra una soluzione plausibile presenta molti inconvenienti. Prima di tutto il costo degli array di questo tipo. Poi la complessità della loro gestione che li rende inutilizzabili per i non esperti. Infine poi l’impiego di schemi di partizione di tipo fisico e definiti senza granularità. Questo significa che un livello di servizio di una partizione dipende in modo stretto dal numero, dal tipo e dalla configurazione dei dispositivi fisici che gli vengono assegnati.

Sfortunatamente questo non è un incentivo né di prezzo né di prestazioni perché un gruppo di utenti lo condivida con altri. Un’altra e più promettente alternativa per mettere in sicurezza le applicazioni e la loro amministrazione all’interno di un array condiviso è una funzionalità che in realtà è simile a quella di un vero hypervisor. Questa tecnologia è già disponibile e consente a un master administrator di creare ‘array virtuali’ all’interno di un unico dispositivo fisico. I limiti di capacità, i permessi agli host, i parametri di livello di servizio (come Raid o tipo di disco) e quali sono gli utenti autorizzati sono definiti dall’amministratore principale di volta in volta per ogni array virtuale.
La sicurezza è fornita da un controllo del dispositivo di storage tagliato per ciascun gruppo di utenti. Il virtual array funziona esattamente come un hypervisor che virtualizza i componenti fisici e consente loro di essere condivisi a diversi gruppi di utenti. In effetti aggregando i carichi di lavoro degli array virtuali con tutte le componenti fisiche ( controller, cache, drive, ecc.) i gruppi di utenti possono ottenere livelli più alti di servizio in modo più efficace rispetto a un ambiente dedicato. Questo costituisce un incentivo per spostarsi verso un’infrastruttura condivisa. Insomma gli abilitatori tecnologici per un provisioning delle storage di tipo self service sono per la prima volta disponibili. La tecnologia dei virtual array permette sicurezza applicativa e di amministrazione a un costo attraente e con vantaggi sulla qualità del servizio.

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