P2p, una sentenza Ue fa luce sul rapporto fra tutela del copyright e privacy

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La Corte europea di Giustizia chiede riservatezza sui nominativi di chi effettua il file sharing, ma nel futuro le Major potranno avere campo libero. Il Garante per la Privacy italiano è in linea con la Corte

Il Peer to peer continua a infiammare i dibattiti anche in Europa. I paesi dell‘Unione europea possono rifiutarsi di dare i nomi dei file sharer, di chi cioé condivide file in Rete, nei casi di procedura civile. La Corte europea di Giustizia del Lussemburgo ha messo i puntini sulle i in una disputa che divideva i detentori spagnoli di diritto d’autore (l’associazione Promusicae) e l’operatore Tlc Telefonica (che in Italia ha acquistato Telecom Italia, insieme a una cordata di banche italiane).
Telefonica si era difesa affermando di essere obbligata a fornire i nominativi (identità e indirizzo) solo per azioni criminali, e non per procedimenti di natura civile. La risposta della Ue è arrivata: l’Unione europea, per assicurare la tutela del diritto d’autore, non impone l’obbligo di divulgare i dati personali in un procedimento civile. La tutela del copyright non può influire sulla richiesta di protezione dei dati personali.

In Italia, però, ricordiamo che con la Legge Urbani il peer to peer di materiali coperti da diritto d’autore rimane illegale, anche con risvolti penalie non solo civili. Tuttavia nel caso Peppermint, l’ordinanza del Tribunale di Roma, che ha dato torto all’industria discografica e ragione agli utenti, ha messo l‘accento sulla tutela della privacy piuttosto che sull’accusa di pirateria: in questo caso il Tribunale aveva accolto le istanze del Garante della Privacy e dei consumatori. Infatti, a proposito della decisione della Corte di giustizia europea, il Garante della Privacy italiano si dice in linea con la sentenza della Corte stessa.

Tuttavia la sentenza della Corte del Lussemburgo, oggi favorevole a Telefonica e più sbilanciata sulla privacy, prevede già che i singoli paesi Ue possano d’ora in poi votare normative più rigide per ottenere i nomi relativi agli IP che svolgono atti di pirateria online. La sentenza di oggi non sarebbe dunque una vittoria degli utenti, ma un passaggio verso normative più severe, come quella che sarà presto messa al voto in Francia, in cui la privacy non diventi più una scusa per gli Isp a non fornire i nominativi degli IP incriminati.

L’Ifpi commenta così la sentenza: “Conferma che gli stati membri possono continuare a richiedere che i dati degli utenti vengano rilevati nel corso di procedimenti civili“. E aggiunge: “Sebbene la Corte statuisca che gli stati membri non siano tenuti a prevedere che i dati vengano rilevati in un processo civile, il giudizio li obbliga nondimeno a trovare un equilibrio tra il rispetto per la privacy e la protezione della proprietà privata (…) A nostro avviso, questo dovrebbe garantire ai detentori dei diritti la possibilità di ottenere le informazioni di cui hanno bisogno per far valere i propri diritti e ottenere soluzioni efficaci“.

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