OPINIONI

Virtualizzare il data center serve poco, senza controllo
Nei data center i processi di consolidamento della struttura, l’utilizzo di hardware green e la virtualizzazione da soli non bastano per incrementare l’efficienza. L’opinione di Fabio Bruschi (APC) e Eugenio Capra (Fondazione Politecnico di Milano)
Questi i temi caldi al convegno “Le sfide del Green Data Center per l’Expo 2015″ organizzato dalla Fondazione Politecnico di Milano: efficienza, riduzione dei consumi nei data center, tecnologie verdi non solo hardware, ma anche software. Sono argomenti quanto mai attuali e dibattuti, problemi per cui studiare una strategia di sistema per arrivare a risultati profittevoli è oramai affare urgente, tanto più in previsione della prossima edizione dell’Expo. Tralasciare anche solo un aspetto può portare a non ottenere alcun guadagno, a vanificare parte dei risparmi, con la rinuncia all’efficienza.
Gli impatti dell’informatica sull’ambiente sono conosciuti. Cambiano, a seconda dei contesti, solo gli esempi iperbolici dei confronti, ma la sostanza resta la stessa. Un server produce in un giorno la quantità di CO2 generato da un SUV su un tragitto di 25 Km, l’alimentazione e il raffreddamento di un data center rappresentano il 60% del valore investimento iniziale e pensare di risolvere tutto semplicemente virtualizzando non serve, o meglio, serve ma non basta. Bisogna arrivare a Expo 2015 non con soluzioni al passo con le esigenze ambientali di questi anni ma con quelle del prossimo lustro.
Ne parla Fabio Bruschi, Country General Manager per APC by Schneider Electric, che spiega: “Un data center da 1MW progettato male arriva a sprecare 400kW in un anno, pari a 280mila euro in bolletta, con una produzione di due mila tonnellate di CO2, tanto quanto ne viene prodotto da 400 auto nel traffico quotidiano. Perdite e danni che non ci possiamo permettere. Non è secondario partire dal problema del raffreddamento, perché l’energia che viene utilizzata per i sistemi di condizionamento può variare dal 45 al 60 percento di quella che serve al funzionamento e della potenza elettrica in ingresso ben il 60% finisce in calore da dissipare”.

Fabio Bruschi, Apc
Dati ben compresi e entrati nelle teste dei CIO in azienda se è vero che le voci di investimento per i datacenter sono calate per quanto riguarda le esigenze di incrementare la potenza dei Ced (di quasi la metà, dal 30,4 al 19,9 e non sarà solo la crisi in atto), mentre sono cresciute tutte del doppio circa quelle che riguardano: virtualizzazione, raffreddamento, efficienza energetica e riduzione dei costi operativi.
La virtualizzazione resta però solo un punto di partenza. Bruschi prosegue: “Sono indubbi i vantaggi dati da scenari di gestione delle risorse hardware in realtime, la possibilità di spostare in tempi rapidi le risorse, ma si pensi anche allo spreco energetico se a questo non corrispondono sistemi di controllo adeguato sulle efficienze energetiche di raffreddamento e sulla regolazione dei sistemi di cooling”.
Insomma, la virtualizzazione consente risparmi significativi, ma molto di più permette se il datacenter è ripensato anche in modo da consentire una distribuzione mirata del raffrescamento (questo il termine più corretto), con una visione rack-level e in tempo reale e in questo senso virtualizzare è impegnativo. L’efficienza sia degli UPS sia dei sistemi di cooling, infatti, diminuisce necessariamente quando il carico si riduce.
Bruschi sostiene quindi la necessità del passaggio da un raffrescamento di tipo perimetrale, più sensato prima dell’introduzione dei sistemi di virtualizzazione – perché il carico si presupponeva costante – a un sistema basato su tecnologie ‘in row’, cioè per file, e inoltre che garantisca la possibilità di azione differente sia in termini temporali (a seconda del momento della giornata e dell’impegno dei server), sia in termini spaziali (proprio perché virtualizzare significa poter allocare diversamente flussi di lavoro più o meno intenso).
Chiaro che non si tratta quindi solo di trovare soluzioni hardware, ma anche software. Ne delinea le caratteristiche lo stesso Bruschi: ” Deve essere un software in grado di allocare dinamicamente le risorse elettriche e di raffrescamento all’interno dei Ced a seconda delle esigenze di calcolo guidate dall’applicazione di virtualizzazione, insomma bisogna imparare a gestire il cambiamento e verificare in tempo reale i dati per aumentare efficienza e affidabilità”
Riprogettare quindi, con il principio delle 4C:
1. I Componenti devono essere dimensionati correttamente
2. Il Condizionamento deve essere a stretto contatto con le fonti di calore (perché raffreddare aria a temperatura più bassa, magari dispersa in un volume maggiore, rispetto a quella di produzione è più faticoso)
3. Bisogna Contenere l’aria calda (tanto più indispensabile con l’utilizzo estensivo dei Blade Server)
4. E infine esaltare la Capacità di gestione.
L’ultima è un’abilità che si declina sia con la progettazione del layout dei dispositivi, sia con l’analisi dei flussi dell’aria, sia attraverso l’analisi di scenari che tengano in conto la crescita e le eventuali possibilità di modifica dell’architettura del Ced, sia – infine – coniugando con precisione analisi software di alimentazione e condizionamento.
Un tentativo di calare nelle realtà più concrete il problema Green IT arriva dal contributo di Eugenio Capra, Ricercatore PostDoc del Dipartimento di Elettronica e Informazione del Politecnico di Milano e Project Manager della relativa fondazione.

Eugenio Capra, Fondazione Politecnico di Milano
videointervista a Eugenio Capra
Leggi anche l’intervista a Bruschi: “Apc e Schneider danno energia ai data center verdi”



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