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Il cloud computing in Italia è sbocciato solo nelle grandi aziende

Il mercato del cloud computing nel 2012 è stimabile in 443 milioni di euro, pari al 2,5% di tutta la spesa IT sostenuta in Italia

Una ricerca dell‘Osservatorio Cloud & ICT as a Service, giunto al secondo anno di attività e promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano si è posta l’obiettivo di analizzare e spiegare il fenomeno Cloud, stimandone entità e trend e facendo chiarezza sui confini e sui corretti percorsi di azione Il mercato Cloud nel 2012 è stimabile in 443 milioni di euro, pari al 2,5% di tutta la spesa IT sostenuta in Italia.
“Sebbene si tratti di un valore ancora limitato, i tassi di crescita sono interessanti e stimabili attorno al 25% anno su anno– commenta Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio. Il 54% della spesa è riconducibile al cosiddetto Private Cloud, con un valore di circa 240 milioni , mentre la componente di spesa legata al Public Cloud è stimabile in 203 milioni ”.

 

Per il Public Cloud la prima voce di spesa è relativa all’acquisto di servizi di Infrastructure as a Service (IaaS) per 120 milioni , mentre i servizi applicativi Saas (Software as a Service) valgono 65 milioni, sebbene presentino i tassi di crescita più interessanti. Ancora di nicchia i servizi Platform as a Service (Paas) con spese associate pari a 10 milioni. Oltre il 95% della spesa è ad oggi sostenuta da imprese con oltre 250 addetti. Le piccole e medie imprese generano un mercato Public Cloud ancora poco significativo e quantificabile intorno agli 8 milioni.

La ricerca ha evidenziato come il 67% delle grandi aziende adotti già tecnologie Cloud , Diverso, invece, è lo scenario di adozione per le imprese sotto i 250 addetti , tra le quali solo il 22% dichiara di avere avviato progetti Cloud, e il 76% non ne fa utilizzo.

Nelle grandi aziende il Private Cloud viene utilizzato dal 48% delle aziende e sperimentato dal 13% di esse, mentre il Public Cloud viene adottato dal 41% delle aziende e sperimentato nell’8% di esse. Anche tra le PMI il modello Private presenta percentuali di diffusione superiori (17% in fase di utilizzo, 1% interesse all’adozione) rispetto al Public (5% in fase di utilizzo, 1% interesse all’adozione).

Le principali barriere che frenano l’adozione del cloud computing risultano essere la difficoltà di integrazione con l’infrastruttura già presente in azienda (40%) e l’immaturità dell’offerta e dei servizi (35%), seguite dai problemi legati alla compliance normativa (31%), dalla difficoltà nel quantificare costi e benefici derivanti dal ricorso alla modalità di erogazione as a Service (31%) e dalla criticità nell’implementare efficaci processi di controllo e misurazione per presidiare i livelli di servizio interni e del fornitore (25%). L’indisponibilità dell’infrastruttura di rete e alcuni timori relativi ad aspetti di sicurezza e privacy evidenziati dalle aziende che utilizzano servizi di tipo Public, risultano invece essere falsi miti: secondo i CIO, infatti, con modelli di Public Cloud si registrano minori casi di perdita di dati rispetto alla precedente soluzione presente in azienda e, in generale, vi è una maggiore continuità di erogazione del servizio. Per quanto riguarda invece lo sviluppo del Cloud, le barriere non sono percepite a livello organizzativo e interno della Direzione IT, quanto piuttosto a livello tecnologico ed esterno.

“Analizzando in modo approfondito le iniziative Cloud condotte dalle aziende italiane – commenta Stefano Mainetti, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Cloud & ICT as a Service della School of Management del Politecnico di Milano - ci si accorge che il primo passo eseguito è generalmente nella realizzazione di un Cloud Privato. Ciò comporta una decisa accelerazione del percorso di virtualizzazione eseguito negli ultimi anni, per giungere ad una razionalizzazione e automazione dei Data Center. Questo percorso è solitamente motivato dall’obiettivo di ottenimento di significativi risparmi, ma può essere considerato pressoché confinato ad un’evoluzione tecnologica, senza comportare quindi significativi cambiamenti nella modalità di realizzare e governare i Sistemi Informativi”

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