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BSA a caccia di pirateria anche nei cloud
Una ricerca di Business Software Alliance mostra i balzi in avanti nell’adozione del cloud computing, i servizi più richiesti dagli utenti e i rischi connessi alla condivisione delle credenziali d’accesso
BSA, in collaborazione con Ipsos Public Affairs, ha realizzato una ricerca per sondare competenze e impieghi che circa 15 mila utenti di 33 nazioni fanno del cloud computing. In media il 45% di loro afferma di utilizzare “servizi online che consentono di creare, gestire, archiviare documenti, fogli di calcolo, foto o altri contenuti digitali cui poi accedere da qualsiasi computer tramite login via web”.Tale dato medio, però, in in economie mature come Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Francia si riduce al 33%.
Globalmente, l’88% di coloro che si riconoscono come utenti cloud affermano di avvalersi di tali servizi a scopo privato, mentre sono il 33% se ne serve per impieghi professionali. I servizi gratuiti dominano nel campo degli impieghi privati in tutto il mondo, ma il 33% degli utilizzatori del cloud affermano di pagare per almeno la metà dei servizi di cui si avvale in ambito professionale.
Tuttavia la ricerca BSA svela anche alcuni spunti potenzialmente preoccupanti: infatti, il 42% degli utenti nel mondo che affermano di pagare per i servizi cloud business, ammettono anche di condividere le proprie credenziali di login all’interno dell’organizzazione per cui lavorano. Eppure vale la pena notare che il 56% di chi paga servizi cloud per il business ritiene che sia sbagliato condividere le credenziali fra colleghi.
“Il fatto che così tante persone condividano le credenziali d’accesso al cloud pur sapendo che è scorretto mette in luce l’eterna natura della pirateria software”, si legge in una nota di BSA che ritiene che “ i governi dovrebbero provvedere chiari sistemi di protezioni a tutela della proprietà intellettuale anche in ambiente cloud”.
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