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Le tecniche del web 2.0 cambiano il business model delle aziende

L’occasione è stata un dibattito sul tema della convergenza nell’era del web 2.0 organizzato da Reply. Come ha spiegato Mario Rizzante, presidente della società attiva nella consulenza e nella system integration, ? sul tema del web 2.0 Reply sta lavorando da un po’. Il web 2.0 unifica la rete e induce comportamenti e modi di vivere partecipativi. Influenza senz’altro la società. Alcune aziende hanno creduto in questo modelli. Noi di mestiere facciamo consulenza, rendendo efficaci e utilizzabili le tecnologie alle aziende?.
Tra i mercati di riferimento di Reply vi è anche quello della convergenza che interessa il settore dei media e delle telecomunicazioni. Pochi mesi fa anche Reply è approdata nel mondo virtuale di Second Life e sta per aprire a livello europeo una università virtuale in puro stile 2.0. Ma una volta aperto il dibattito tra i relatori subito è partita una serie di diverse posizioni e di ?distinguo?: prima di tutto sulla definizione di web 2.0.

Dunque si parte dalla classica definizione del termine diventato popolare dal 2004 e coniato per la prima volta da Tim O’Reilly proprio in un congegno sui nuovi media. Web 2.0 si riferisce a una seconda generazione di comunità che operano sul web e di servizi ospitati sul web – wiki, siti di social networking, ecc. – che hanno l’obiettivo di facilitare le attività di collaborazione e di condivisione di informazioni e contenuti tra i loro membri. Nel parole di O’Reilly si tratta di ? una rivoluzione del business dell’industria Ict generata dal movimento verso internet come piattaforma tecnologica ?. Ma si tratta anche, e forse questo era il tema del convegno, di cercare di capire le regole per avere successo utilizzando questo nuovo strumento tecnologico.

Ma attenzione. La stessa definizione di web 2.0 come l’abbiamo riportata ed è tutto sommato presente su Wikipedia, una delle bandiere del web 2.0, viene contestata sempre più spesso con modalità web 2.0 dalla stessa comunità allargata che più o meno fa uso dei suoi strumenti. Come ha ricordato anche Sergio Antocicco,presidente dell’International Telecommunications User Group, bisogna però fare qualche distinzione: gli strumenti del web 2.0 operano sostanzialmente tra utente e utente. Tutto cambia in azienda dove si usa solo un sottoinsieme delle capacità della tecnologia 2.0. L’azienda deve poter mantenere un controllo sul sistema delle comunicazioni. Per questo le nuove forme di comunicazione incontrano spesso dei sospetti nel gruppo dirigente aziendale. Diversi i problemi: non ci sono standard, spostare informazioni e dati tra i sistemi può essere complesso. Poi c’è la grande incognita della sicurezza e dei rischi .

Se è possibile una aggiunta da parte di chi scrive, alcuni esperti vanno ancora un po’ più in là. La mancanza di una chiara definizione di web 2.0 ? ogni persona ne ha in mente una sua personale – fa diventare il web 2.0 un termine dai molti significati, che descrive troppe cose diverse, quasi da buttare via. Se lo si prende nel senso più ampio possibile, quello di fornire tramite web la disponibilità di informazioni da diverse fonti, forse si può trovare un punto fermo per l’uso aziendale. Ma la suggestione di un approccio un po’ caotico e indisciplinato all’application delivery non aiuta a capire e anzi ne bocca lo sviluppo a livello aziendale.

Molto più positiva e ottimista si è rivelata la partecipazione dell’ospite americana del convegno. Denise Kalos, managing partner di Hinchcliffe & Co, la società con la quale si è fusa O’Reilly Media Corporate Solutions e che collabora con Reply per la prossima realizzazione di una Web 2.0 University, ha descritto il web 2.0 come una architettura di partecipazione.
Da qui emerge il ruolo sempre più importante delle best practice nelle aziende. Lo scopo è di fare leva sull’intelligenza collettiva per spostare il centro dell a progettazione del software. I contenuti cambiano, l’audience cambia. L’unica mezzo è di sviluppare una tecnologia collaborativa basata su oeconversazioni esposte a tutti e non più da uno a uno?, un ?data base delle intenzioni? che catturi il comportamento dell’utente in un ottica di riuso delle risorse: ?La tecnologia c’è, ma servono un strategie e un business model?.
Addirittura il modello non è più fare denaro, ma la collaborazione. Anche Intel ha aperto la scrittura del suo codice all’esterno.

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