Una ricerca Sda-Bocconi fa luce sulla Compliance Risk

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Ben 35 intermediari finanziari nazionali ed internazionali hanno partecipato alla prima ricerca in Italia, svolta in collaborazione con Hp e SIA-Ssb, sul tema del “compliance risk”

Sono 35 gli intermediari finanziari nazionali ed internazionali, tra banche, società di gestione del risparmio e società di intermediazione mobiliare, che
hanno partecipato alla prima ricerca in Italia, svolta da SDA Bocconi in collaborazione con HP e SIA-SSB, sul tema del “compliance risk” nei servizi
di investimento MiFID.
Nelle banche e società di investimento italiane la funzione “compliance” è collocata in staff al Consiglio di Amministrazione, o riporta direttamente al
Consiglio, e sta assumendo sempre più un ruolo di primo piano per la tutela dell’investitore: questo è uno dei risultati che emerge dalla prima ricerca in Italia, realizzata dalla Divisione Ricerche della SDA Bocconi in collaborazione con HP e SIA-SSB, sul tema del “compliance risk” e focalizzata sui servizi di investimento, come definiti dalla Direttiva MiFID.
Quattro le aree di indagine in cui si è articolata l’attività di ricerca: il posizionamento della funzione “compliance” nella struttura organizzativa, i ruoli attribuiti alla funzione “compliance”, le metodologie di misurazione, di trasferimento e di mitigazione del compliance risk nell’area dei servizi di investimento ed infine le modalità di interazione tra la funzione “compliance” all’interno della struttura e all’esterno.
Sul fronte dell‘adeguamento alla direttiva MiFID, dai dati rilevati nel corso del 2007, risulta che la compliance alla normativa, che pone al centro la tutela dell’investitore, rientra tra i valori essenziali degli intermediari finanziari e ciò assume connotati, da un lato, di visibilità, dove la funzione “compliance” trova un raccordo nell’ambito del sistema dei valori aziendali, dall’altro di concretezza, quando sono presenti in azienda meccanismi che la legano al sistema incentivante. Per il momento tale situazione “virtuosa” caratterizza la minoranza delle realtà indagate, solo il 20% dei casi.
La ricerca evidenzia anche il positivo contributo che la funzione “compliance” nella maggioranza dei casi presta al processo di innovazione della propria realtà aziendale. Per il 66% dei partecipanti, infatti, il dialogo tra la funzione compliance e le altre funzioni aziendali favorisce il diffondersi della cultura della conformità e deve generare anche opportunità di innovazione.
L’autonomia gestionale della funzione “compliance” appare ad oggi ancora limitata. In genere non dispone, infatti, di un budget indipendente ai fini della pianificazione e della gestione dei propri interventi. Solo 11 realtà su 35 dichiarano un budget autonomo. Ciò riguarda in modo più marcato le realtà domestiche e gli intermediari non bancari di quelle con operatività internazionale e delle banche.
L’impegno di HP legato a soluzioni innovative sulla compliance è dimostrato da una vasta gamma di soluzioni e servizi che garantiscono il controllo di qualità dei processi operativi: dall’accesso alle informazioni, ai flussi di verifica e approvazione, dai rapporti con i clienti, alle relazioni con fornitori e partner” – spiega Diego Giuliano, Business Solutions Manager HP Services, HP Italia. “L’adeguamento alle norme va infatti assicurato da un sistema di controllo delle attività che, per risultare davvero efficace ai fini della riduzione del rischio, deve seguire procedure predefinite e automatizzate, in modo da essere perfettamente integrato con il modus operandi di un’azienda.”

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