Quasi la metà delle Pmi del terziario milanese è al femminile

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Una ricerca della Camera di Commercio di Milano, Assintel e Unione del Commercio afferma le donne occupano il ruolo di direttrice e titolare

Le micro e piccole imprese del terziario milanese “al femminile” sono il 42,2%. Questo il dato che emergedalla ricerca “Donne e tecnologia: binomio per lo sviluppo”, realizzata da Freedata e presentata dalla Camera di Commercio di Milano insieme ad Assintel e con la collaborazione dell’Unione del commercio.

In tali aziende, le donne occupano soprattutto il ruolo di direttrice e titolare, mentre gli uomini rivestono in modo preponderante il ruolo di titolari.
La città sembra costituire un ostacolo per l’occupazione femminile nei ruoli decisionali: sono solo il 32,3% delle aziende in cui i decision maker sono donne, mentre la percentuale sale al 54,2% nell’Alto Milanese, al 66,2% in Brianza e al 70,7% nella Direttrice Est.

In relazione al titolo di studio, non sono state riscontrate differenze significative nella formazione professionale e culturale dei decision maker dovute al sesso, ma piuttosto all’area territoriale a cui le imprese appartengono: se a livello generale hanno una laurea il 27,1% uomini e il 19,7% donne, in Milano città si segnala una maggior presenza di laureati rispetto alla provincia (31,43% uomini e 25,8% donne).

Dalla ricerca emergono anche dati interessanti relativi alla distribuzione per fasce di età. Le donne risultano infatti distribuite maggiormente in quelle più giovani: mentre il 67,9% di esse risulta avere un’età inferiore ai 45 anni, con una media di 40,5 anni, la percentuale per gli uomini scende al 44,7%, con un’età media di 47 anni.
Questo è segnale sia di un’affermazione più recente della donna nei ruoli decisionali rispetto alla consolidata leadership maschile, sia di una sua uscita prematura dal mondo del lavoro.

A livello di divario digitale nelle aziende, la ricerca mostra un dato assolutamente rilevante: è sostanzialmente slegato dall’appartenenza di genere dei decision maker.
Esiste invece una relazione con il titolo di studio: influisce infatti sul comportamento tecnologico in azienda con maggior rilevanza per le donne che per gli uomini.

Poco significative sono anche le differenze di genere circa le difficoltà percepite nell’utilizzo della tecnologia e la loro utilità nel permettere di svolgere attività slegate dal luogo o dall’orario di lavoro: circa il 55% delle decision maker è già soddisfatto, mentre il 12% di esse non ha nessuna intenzione di approcciare la tecnologia.
Questi dati evidenziano un aspetto interessante: fanno ritenere che le donne intervistate non percepiscano i vantaggi che l’ICT può portare concretamente come strumenti abilitanti di crescita per rendere possibili nuovi scenari e scelte di vita oggi complesse.

Di contro, le donne sembrano capitalizzare maggiormente il fattore formazione: sono più propense a ricevere formazione in fatto di tecnologia, ritenendo che questa possa essere utile per migliorare le proprie performance professionali sfruttandola in ambito lavorativo, ma anche per trarne vantaggio nella propria vita privata e famigliare.

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