Le specifiche Sca provano a diventare standard per le architetture Soa

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Le diciotto aziende che hanno elaborato il modello di sviluppo hanno
pubblicato la versione 1.0 e ora puntano a una definitiva standardizzazione,
previa approvazione dell’Oasis.

Cosa promessa, cosa fatta. Il gruppo di software vendor che, nel 2005, si è consociato per sviluppare un modello di programmazione per le Soa non solo ha appena prodotto la versione 1.0 del proprio lavoro, ma ha anche comunicato l’intenzione di portare il tutto all’Oasis, in modo da trasformare le specifiche in standard. Tutto parte da un’iniziativa avviata dai principali specialisti delle architetture orientate ai servizi, con nomi come Ibm. Sap, Oracle e Iona, fra gli altri. Lungo la strada si sono aggiunti altri soggetti, come Sun e Red Hat, per un totale arrivato a diciotto unità. Il frutto dello sforzo congiunto si chiama Service Component Architecture (Sca), un reference model che si propone di facilitare l’integrazione fra i numerosi metodi e specifiche che servono per realizzare una Soa e che in molti casi non sono compatibili fra loro.

Il gruppo si è battezzato Osoa (Open Soa) e ha prodotto nel frattempo anche Sdo (Service Data Object), un modo per acquisire in modo omogeneo i dati provenienti da fonti diverse. Sono state già proposte implementazioni per C e Cobol, mentre altre per Java, C++ e Php sono state definite.

La specifica Sca supporta il linguaggio Bpel (Business Process Execution Language), Java Spring e i linguaggi Java e C++, giusto per mostrarsi equidistante fra Sun e Microsoft. I primi annunci su Sca, tuttavia, avevano sollevato qualche perplessità, soprattutto perché si trattava di uno standard proposto da costruttori e non da un apposito organismo. Con l’approvazione dell’Oasis, i dubbi dovrebbero dissolversi.

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