Le architetture vanno pensate in funzione dei bisogni

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L’implementazione di una Soa deve necessariamente partire dalla progressiva
definizione degli elementi portanti del sistema informativo. Su questa base,
secondo Idc, anche in Italia sta crescendo l’interesse, e quindi gli
investimenti, verso l’approccio orientato ai servizi.

Le tradizionali architetture dei sistemi informativi sono in via di trasformazione, per dar corpo a un approccio più modulare, flessibile e adattabile. L’obiettivo di chi possiede le chiavi dell’It aziendale è favorire l’affermazione di delle nozioni di servizi e di composizione, nell’ambito di un ambiente per sua natura eterogeneo e peraltro da vedere in continua evoluzione. È in quest’ottica che va letto uno sviluppo che Idc stima possa essere, nel periodo 2004-2009, addirittura pari a una media dell’88%. ?Non solo le Soa, ma anche i processi di consolidamento e virtualizzazione fanno parte di questa tendenza?, conferma Fabio Rizzotto, research manager di Idc Italia. Nelle aziende medio-grandi del nostro Paese, che l’analista ha esaminato in una survey che ha preso a campione 110 casi, l’atteggiamento verso le Soa pare in linea con quello del resto d’Europa: ?La maggior parte delle grandi e medie organizzazioni si trova ancora nella fase esplorativa ? spiega Rizzotto – ma le esperienze maturate possono già fornire un’interessante chiave di lettura dei cambiamenti in atto, che vanno, seppur prudentemente, in direzione dei Web service, della virtualizzazione applicativa e di Xml?.

Un approccio per servizi preconizza un assemblaggio che parte dal disaccoppiamento delle logiche di business dalle applicazioni, per spostarsi verso legami di tipo asincrono. La maggior parte degli ambienti di sviluppo consentono ormai di pubblicare codice sotto forma di servizi Web, con il supporto di tutti i più importanti standard, come Soap per l’accesso e le chiamate, Wdsl o Uddi per le directory.

Ma è soprattutto la possibilità di riutilizzare l’esistente ad attirare l’attenzione dei professionisti del settore. ?Sono i bisogni a guidare le scelte ? conferma Sascha Schultz, general It manager di Arag Assicurazioni -. Noi non passiamo il nostro tempo a creare o aggiungere servizi e i progetti sono più spesso il frutto della sintesi e della combinazione dell’esistente. Le informazioni sono sparpagliate nel sistema e si cerca di organizzarle e centralizzarle?. Anche se, va detto, isolare all’interno delle applicazioni i blocchi funzionali che possono ambire a diventare servizi non è impresa semplice.

In generale, la nuova visione non richiede di modificare l’architettura esistente, ma semmai di avere un’idea chiara e precisa del sistema d’origine. ?La Soa si inscrive in una logica di riutilizzo ? puntualizza Paolo Verri, responsabile scelte tecnologiche di Omicron -. Quindi occorre inizialmente scomporre il sistema informativo, identificarne i concetti portanti e avanzare progressivamente?. La cartografia del patrimonio applicativo è un passo obbligato e può essere anche lungo, ma l’obiettivo è il riutilizzo di funzioni che possono essere ripartite su differenti programmi. Si apre così la possibilità di suddividere le applicazioni aziendali in funzione di nuovi sviluppi o la ricerca di maggior efficienza, senza bisogno di riscrivere il codice.

In termini pratici, soprattutto in Italia, pur essendo discretamente chiara questa filosofia, i progetti che comportano cambiamenti significativi tendono ancora a essere visti con un po’ di preoccupazione. ?C’è bisogno di un necessario tempo di maturazione nelle logiche e nell’approccio ? commenta ancota Rizzotto -. Spesso piccoli progetti sono preferiti, perché consentono di valutare la fattibilità di azioni più profonde e gli impatti che si hanno sul business?. Una fase di test, inoltre, consente di studiare e definire ruoli e responsabilità, per poter fare della comunicazione fra tutti gli interessati un perno del nuovo sviluppo.

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