Imprese italiane in Cina

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In uno studio dell’Istituto di studi economico-sociali per l’Asia orientale
(Isesao) il profilo delle imprese italiane presenti in Cina

In Italia e nel mondo si parla con sempre maggior insistenza del pericolo economico derivante dalla competitività cinese, ma sono pochi i commenti e le analisi su quello che effettivamente questa immensa nazione rappresenta come mercato. La realtà da questo punto di vista è ben diversa da quella propugnata dai grandi media e dalle lamentele dovute a una concorrenza difficilmente arginabile a causa del basso costo del lavoro.

L’Università Bocconi di Milano ha effettuato un’ampia ricerca sul fenomeno della delocalizzazione produttiva italiana, e ha scoperto alcuni aspetti interessanti. I due autori della ricerca, Carlo Filippini e Valeria Gattai dell’Istituto di studi economico-sociali per l’Asia orientale (Isesao), hanno raccolto dati su oltre 300 investitori italiani nell’area, quasi il 90% di quelli presenti. Ne è stato ricavato un profilo medio dell’investitore italiano: imprenditore lombardo, titolare di una media azienda, opera in un settore con offerta ampia e diversificata (apparecchi elettrici, componentistica, meccanica, macchine per l’industria e via dicendo), produce per il mercato locale, è attivo commercialmente a livello internazionale e ha una presenza in Cina di almeno 10 anni, il più delle volte con società in joint venture.

?Abbiamo scoperto che c’è una capacità di internazionalizzarsi non esclusiva delle grandi imprese, commenta Filippini. Più del 70% di chi gestisce investimenti diretti in Cina appartiene alla categoria delle piccole o medie imprese, quasi sempre nei settori a offerta ampia e diversificata (40%), o in quelli tradizionali come tessile, abbigliamento, cuoio, calzature (37%), e provenienti dal Centro-Nord Italia?.

Le opportunità di business, che gli imprenditori italiani hanno saputo cogliere, e le modalità scelte nel processo di delocalizzazione produttiva sono state analizzate dalla ricerca grazie all’uso di interviste multiple. Il lavoro ha permesso di costruire un database estremamente dettagliato e rappresentativo dell’intera popolazione delle imprese manifatturiere italiane che attuano la delocalizzazione produttiva (300 casi). La vasta copertura geografica, l’elevato tasso di risposta e il livello di dettaglio ottenuto hanno portato a un’analisi delle differenze sostanziali nelle strategie implementate in Cina e nel Sud Est Asiatico.

Protagoniste della delocalizzazione produttiva in Asia sono, per lo più, imprese di piccole e medie dimensioni in Cina e medio-grandi nel Sud Est Asiatico. Tra le regioni di provenienza di questa mini-imprenditoria multinazionale spiccano la Lombardia (35%), Veneto (17%), Emilia Romagna (13%), Piemonte (11%) Friuli Venezia Giulia (7%), Marche (5%). Le imprese italiane sono mosse soprattutto partendo dalla valutazione dell’alto potenziale del mercato cinese, tanto che il 51% della produzione viene venduta in loco. Nella maggioranza dei casi si tratta di imprese che arrivano in Cina dopo aver accumulato una grande esperienza internazionale: l’85% gestiva rapporti commerciali con più di cinque Paesi prima di investire in Cina, e quasi sempre da oltre dieci anni.

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